Petra Dreamin'
Nell’estate del 1994, poco prima della firma degli storici accordi di pace tra Israele e Giordania, due inviati israeliani del giornale Yediot Aharonot compivano un viaggio che, più che un semplice reportage, assunse le sembianze di pellegrinaggio simbolico. Il loro arrivo a Petra, la città nabatea riportata nelle coscienze occidentali nel 1812 grazie all’orientalista svizzero John Lewis Burckhardt1, fu narrato con parole colme di emozione:
“Ora siamo qui, scendiamo a piedi lungo il sentiero battuto dagli asini e il mio cuore batte all'impazzata. Quando non c'è nessuno in giro, parliamo in ebraico: sicuramente la prima conversazione che si sente qui, in questa lingua, da molti anni. Improvvisamente, sporgendosi dai due lati dello stretto sentiero, le gigantesche rocce rosse si ergono orgogliose, lanciando uno sguardo minaccioso sulle piccole figure che si muovono tra loro… E poi è successo. All'improvviso, tra le fessure delle pietre giganti, a cento metri da noi, abbiamo intravisto per la prima volta le strutture rosse scavate nella roccia. Ci sono venute le lacrime agli occhi… ‘Fotografami’, ci siamo detti l'un l'altro nello stesso respiro”.2
Parole tanto cariche di emozione non si possono spiegare solo con la meraviglia che si prova dinanzi al complesso archeologico nabateo. Per decenni, infatti, Petra era rimasta fuori dalla portata dei cittadini israeliani, diventando qualcosa di più di una semplice destinazione turistica: essa era un mito, un sogno e quasi un simbolo di identità. Dalla guerra del 1948 in poi il confine tra Israele e Giordania era diventato invalicabile e la “grande Roccia Rossa” era divenuta, nell’immaginario collettivo israeliano, una sorta di terra promessa perduta, rimasta incastonata all’interno del nemico e primitivo mondo arabo circostante.
Durante gli anni del Mandato britannico, Petra era giunta a rappresentare per alcuni pionieri e idealisti un punto di conquista simbolica del territorio e, dopo l’istituzione dello Stato di Israele, la meta impossibile era diventata un banco di prova per i giovani Sabra3 desiderosi di dimostrare coraggio, appartenenza e spirito d’iniziativa. Una sfida non ufficiale e, anzi, fortemente ostacolata e scoraggiata da parte delle istituzioni israeliane, ma tuttavia potentemente sentita tra gli adolescenti e i giovani adulti, al fine di dimostrare di essere all’altezza dei padri fondatori del nuovo Stato ebraico e dei soldati caduti durante la Guerra d’Indipendenza.
Tutto questo, però, negli anni Novanta del secolo XX cominciava a cambiare. Il viaggio dei due giornalisti non fu solo uno scoop, tra l’altro ancora tecnicamente illegale in quanto reso possibile solo grazie ai loro passaporti europei, ma fu pure un gesto politico e culturale: era la testimonianza della volontà del pubblico israeliano di non essere solo testimoni passivi dei grandi mutamenti in corso, ma anche di voler e poter essere attori attivi del processo di pace in svolgimento. Il mondo del 1994, infatti, non era più quello del 1948 e Israele si preparava a firmare il suo secondo trattato di pace con un paese arabo, dopo quello siglato con l’Egitto a Camp David nel 1979.
La visita a Petra, quindi, assumeva un duplice valore: quello personale e intimo, di un sogno che, soppresso fin dagli anni della propria gioventù, si realizza finalmente dopo decenni di chiusura; e quello collettivo, di una nuova narrazione nazionale che si affacciava con grande curiosità e speranza oltre le frontiere che il panorama mediorientale poteva ora offrire. Non a caso, da quel momento, i turisti israeliani cominciarono a sognare viaggi in mete un tempo considerate inaccessibili: non solo Petra o Amman, ma anche Damasco, Beirut o Tunisi, tutte città che evocavano sì un fascino esotico, ma anche un desiderio di riconciliazione, di normalità o di riscoperta delle proprie origini45.
Ad ormai trent’anni di distanza da queste speranze, si può dire che molte di queste mete restano tuttora sogni proibiti per i cittadini israeliani. Ma il desiderio di esplorare ciò che per decenni era stato definito come “l’altro”, stazionato al di là del Muro di Ferro ideato per primo da Jabotinsky6, è stato uno dei segnali più evidenti del cambiamento politico e culturale della regione negli ultimi anni del XX secolo. In questo contesto, Petra rimane un simbolo per un’intera generazione di israeliani e il cui mito ha influenzato non solo la vita letteraria e culturale del Paese, ma anche la sua vita politica.
“Conoscerai la terra attraverso il sudore dei tuoi piedi”
“La marcia non era solo un'espressione del patto o del matrimonio tra il Sabra e la sua patria, ma anche una prova di lealtà. Il superamento delle difficoltà fisiche era un segno dello spirito combattivo dei pionieri. Secondo il mito, solo i prescelti, coloro che superavano gli ostacoli mentali e fisici lungo il percorso e raggiungevano il traguardo, erano degni di essere annoverati tra la guardia dei pionieri.”7

Una delle prime conseguenze della Rivoluzione dei Giovani Turchi, avvenuta nel 1908, fu quella di garantire maggiori libertà di movimento ai cittadini dell’Impero Ottomano, sia dentro che fuori i suoi confini. Sebbene poi tale decisione sia stata oggetto di revisioni più o meno restrittive a causa del ciclo di guerre che impegnarono la Sublime Porta a partire dall’invasione italiana della Libia nel 1911, l’obiettivo dei rivoluzionari era quello di dissociarsi dal passato dispotico dell’era hamidiana (1878-1908)8 per favorire invece una modernizzazione di stampo liberale dell’Impero, sul modello dei principali Stati dell’Europa occidentale9. L’aumento della mobilità, unita anche allo sviluppo di infrastrutture legate al mondo dei trasporti reso possibile dai capitali tedeschi10, permise dunque lo sviluppo di nuovi e più efficienti servizi che collegavano città come Haifa, Beirut, Damasco, Baghdad e, a partire dalla colonizzazione sionista, Tel Aviv11.
Col crollo dell’Impero Ottomano, seguito dalla spartizione mediorientale e dalla nascita del sistema dei mandati con la Conferenza di Sanremo del 1920, però, divenne più complicato valicare le frontiere, soprattutto se si voleva passare da un territorio francese a uno britannico o viceversa12. Di conseguenza, ciò favorì lo sviluppo di una nuova esperienza di viaggio, soprattutto per quanto riguarda la comunità sionista allora ancora in formazione: quella del tiyulim, o trekking. Esso veniva praticato all’interno delle aree rurali di Eretz Israel non solo con scopo pedagogico e ricreativo, ma anche per forgiare il “Nuovo Ebreo” e per rivendicare i suoi legami biblici con la terra: era quindi considerato un elemento imprescindibile nella costruzione di una nuova identità, di impronta nazionalista, per la comunità ebraica di Palestina.
A partire dagli anni Venti del XX secolo, in seguito all’immigrazione nella Terra Santa da parte di scienziati naturalisti ebrei e grazie anche ai fondi messi a disposizione dal Fondo Nazionale Ebraico13 e dall’Histadrut14, si diffuse all’interno dell’Yishuv un maggior desiderio di conoscere quel territorio che stava diventando la loro nuova patria. Per soddisfare tale fame di conoscenza iniziarono dunque ad essere pubblicati libri incentrati sulla geografia palestinese, che divenne una delle materie scolastiche fondamentali all’interno del sistema educativo sionista in via di formazione. Libri come Knowledge of the Homeland di Nahum Gabrieli o Study in the Spirit of the Homeland di Tzvi Zohar15 non avevano solo la loro naturale funzione pedagogica, ma iniziarono a ricoprire anche il ruolo di importante strumento di insegnamento dell’ideologia sionista, venendo essi utilizzati come mezzo di propaganda attraverso il quale poter illustrare, soprattutto ai più giovani, le basi nazionalistiche del movimento sionista16.
In tal senso si giunge quindi a capire la formula coniata da Ze’ev Vilnai di ahavat ha-aretz (“amore per la terra di Israele”), raggiungibile attraverso la yediat ha-aretz (“conoscenza della terra di Israele”), un concetto riassumibile nella frase “conoscerai la terra attraverso il sudore dei tuoi piedi”17; in sostanza, per citare il politologo israeliano Meron Benvenisti, “il tiyulim non era solo una gita. Era la cerimonia solenne del culto del modelet (patria, ndr)”18.

A partire dagli anni Venti, sotto l’influenza del Mapai, ovvero il Partito Laburista Sionista, l’educazione ambientale divenne una parte fondamentale del sistema educativo dell’Yishuv, con tanto di vere e proprie gite annuali che entrarono sempre più nella tradizione scolastica della comunità: esse iniziarono a ricoprire un ruolo sempre più impattante sugli studenti delle scuole superiori e dei movimenti giovanili urbani, i cui percorsi tendevano ad includere siti archeologici ebraici di particolare importanza: la loro visione ha sicuramente plasmato il prisma ideologico attraverso il quale i Sabra osservavano il paesaggio19.
Una testimonianza di ciò è possibile averla da una lettera che un ex studente della Kadoorie Agricultural School inviò, nel 1938, alla propria famiglia, dove affermava che “se fossi capace di amare la mia patria ancora di più, lo farei ora quando passo lungo i suoi confini, mentre scopro la sua bellezza”20. In particolare, però, si possono citare anche altre istituzioni scolastiche o movimenti giovanili che favorirono la diffusione di questi sentimenti: la Hebrew Reali School di Haifa21, che nel1923 ha patrocinato la nascita del gruppo scout dei Carmel Wanderers; il movimento giovanile Ha-Mahanot ha-Olim, che ha iniziato, agli albori degli anni Trenta, ad organizzare non solo escursioni sul territorio palestinese ma anche oltre le sue frontiere, arrivando fino a Damasco22; ma, soprattutto, l’Herzliya Hebrew Gymnasium di Tel Aviv, che in tal senso fece da apripista fino ad organizzare, verso la fine degli anni Venti, vere e proprie “gite scolastiche” a Petra, nell’allora Mandato della Transgiordania23.

Si era dunque dinnanzi ad un vero e proprio fenomeno di Wandervogel24 che, però, non rimase circoscritto al contesto civile. Le escursioni, infatti, iniziarono ad essere utilizzate anche al fine di far famigliarizzare i giovani sabra con ogni angolo della Palestina, compresi quei territori abitati dagli arabi palestinesi. Muoversi liberamente sul territorio era dunque un modo per rivendicare il proprio diritto alla terra ed era una dimostrazione della presenza sionista all’interno del Mandato stesso: conoscere un luogo significava amarlo e possederlo25. Tra le persone più ammirate per la loro ampia conoscenza di tutto ciò che concerneva da un punto di vista topografico Eretz Israel vi erano Tuvia Kushnir, Yitzhak Zemir e Meir Har-Zion.
Un punto di svolta lo si ebbe, però, nel 1941, con la nascita della Palmach, inizialmente pensata per cooperare col Regno Unito in operazioni anti-naziste durante la Seconda Guerra Mondiale26. Tuttavia, terminata la minaccia tedesca sulla Palestina e una volta finito il conflitto, le conoscenze accumulate dalla Palmach iniziarono a rivelarsi utili contro il nemico arabo-palestinese. Attività come la raccolta di informazioni su villaggi arabi, sulle vie di comunicazione, sulla presenza o meno di fonti d’acqua e su possibili nascondigli resero gli scout che prestavano servizio all’interno di tale unità un elemento di primaria importanza e dotati di grande rispetto: lo scout rappresentava il “nuovo ebreo” per via della sua sicurezza in un territorio ostile, per la sua forza fisica e per il suo coraggio. Nelle parole di Benny Maharshek, ufficiale politico della Palmach, "in tutti i luoghi il compito dello scout è scoprire il Paese nemico e aiutare a conquistarlo. Con noi, il suo compito è scoprire la Patria e aiutare a conquistarla"27.
Durante gli anni Quaranta, però, assistiamo anche ad una netta distinzione tra i trekking svoltosi fino a quel momento e la più tipica marcia della Palmach. La seconda, infatti, presupponeva un impegno su più giorni, una maggiore enfasi posta sullo sforzo fisico e sulla fatica, una più grande importanza conferita non tanto al viaggio quanto alla meta finale, la scoperta e la “conquista” di luoghi lontani e inospitali, oltre che una vocazione militarista e sprezzante del pericolo. Per tali motivi, quindi, la marcia divenne parte del folklore nazionale, incentrata com’era, per esempio, sulla “riscoperta” di Masada28, dimostrando dunque una dimensione non solo utilitaristica in ambito di controllo del territorio e di addestramento militare, ma anche una dimensione, per così dire, identitaria.
Prima di essere soldati, però, gli uomini della Palmach rimanevano escursionisti. Tale concetto è stato espresso dal controverso Rehavam Ze’evi, politico di estrema destra e veterano della Palmach, che, in occasione del sessantesimo anniversario dalla fondazione di tale corpo nel 2001, ha affermato dinanzi alla Knesset:
La Palmach ci ha insegnato ad amare la terra e ci ha guidato attraverso di essa. Nel suo ambito abbiamo scalato il [Monte] Hermon e siamo scesi nell'Arava. Siamo saliti sulla collina di Samaria e siamo scesi nella Valle del Giordano, abbiamo vagato negli ampi spazi aperti del Negev e abbiamo scoperto i crateri [di Maktesh Ramon], abbiamo marciato nel deserto della Giudea e siamo arrivati alle oasi desertiche, abbiamo scalato Masada e ci siamo nascosti come fece Davide a Ein Gedi, abbiamo bevuto da ogni sorgente e siamo scesi in tutte le caverne, abbiamo inalato il fumo dei falò che si spegnevano, abbiamo guardato l'alba dalle cime delle montagne e siamo rimasti impressionati dai tramonti a ovest. […] Benny Maharshek, benedetta sia la sua memoria, riteneva che il compito degli scout in qualsiasi esercito fosse quello di scoprire il nemico, ma il nostro compito era quello di scoprire la Patria. L'abbiamo scoperta davvero e abbiamo imparato ad amarla con tutte le sue sfumature e follie29.
“L’oscuro spirito della Bibbia è risorto tra i figli di Nahalal e Ein Harod”
Quella che la storiografia israeliana chiama “Guerra di Indipendenza”, ovvero il conflitto armato che scoppiò dopo che l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181, interruppe solo momentaneamente il fenomeno del tiyulim, che riprese a partire dagli anni Cinquanta seppur con dei cambiamenti. Infatti, a partire dal nuovo decennio si venne sempre più a consolidare una tradizione informale di marce fatte individualmente o, al più, sotto forma di piccoli gruppi, composti da persone di giovane età, con l’obiettivo di provare non solo un senso di avventura, ma anche di dimostrare la propria indipendenza e la propria “natura ribelle” nei confronti di amici e parenti; insomma, queste marce individuali erano, per lo più, delle sfide personali e divennero presto una consolidata tradizione per i Sabra30.
Al tempo stesso, però, dopo la fine delle ostilità le generazioni più giovani iniziarono a provare dei sentimenti di frustrazione e di confinamento, dato soprattutto dalla difficoltà nella vita all’interno dei kibbutz e all’austerità imposta al Paese31. In tale situazione, molti giovani iniziarono dunque a pensare a nuove sfide che potessero stimolare e anche rafforzare la propria appartenenza alla Nazione, dal momento che molti di essi, al momento del conflitto, erano fin troppo giovani per prendere le armi. Una delle sfide che si venne dunque a consolidare fu quella di oltrepassare le linee d’armistizio, ovvero, in poche parole, i confini che si erano consolidati dopo l’entrata in vigore degli armistizi con i vari Stati arabi, al fine di dimostrare il proprio valore e di rafforzare anche la propria identità nazionale.
In tale contesto, lungi dall’essere un “reale” pericolo per la sopravvivenza dello Stato, il confine prediletto da superare era quello con la Giordania32. L’altra riva del Giordano, infatti, era fonte di nostalgia per quel pubblico israeliano che era abbastanza vecchio da ricordare l’epoca delle frontiere semi-aperte durante l’era mandataria, ma, in realtà, c’era anche un altro motivo per cui attirava così ampio interesse: la presenza del complesso archeologico di Petra. Alla metà del XX secolo Petra era divenuta “the treks of treks” in quanto rappresentava le antiche civiltà presenti nella regione, come i Cananei e i Nabatei (seppur questi ultimi fossero i nemici dell’”antica Israele"): la stessa antichità del sito archeologico forniva dunque anche un elemento di identificazione per i Sabra, che sognavano di recarsi in loco per cercare tracce legate alla presenza ebraica nella regione e sopravvissute a duemila anni di storia33.
C’era un altro motivo, però, per cui tale trek attirava così tanta attenzione. Durante i primissimi anni Cinquanta, infatti, molti giovani membri dello Stato non riuscivano a trovare il proprio posto all’interno della loro nuova Patria. L’immigrazione di un alto numero di ebrei provenienti da tutto il mondo34 aveva avuto due effetti: da un lato aveva favorito la perdita di quel senso di collettività che era stata tipica dell’esperienza dell’Yishuv prima del 1948, favorendo, al contrario, un aumento dell’individualismo a livello sociale; dall’altro aveva reso i Sabra, ovvero quegli ebrei nati e cresciuti in Palestina, una minoranza all’interno del “loro” nuovo Stato, seppur essi rappresentassero molto spesso l’élite della società. Inoltre, tali cambiamenti sociali che si verificarono nella giovane Israele provocarono anche una trasformazione della mentalità, per cui i soldi divennero sempre più importanti per potersi definire persone di successo. Per tale motivo, molti di questi Sabra, insoddisfatti della svolta materialistica del dopoguerra, cercarono strade alternative per sentirsi pienamente realizzati35, in linea con la tipica caratteristica sionista dell’”eroismo attraverso la sfida”36. Tra queste persone vi era Meir Har-Zion.
Originario di una famiglia con radici romene e bulgare37, Meir Har-Zion nacque nel 1934 a Herzliya, nel distretto di Tel Aviv, per poi spostarsi, all’età di quattordici anni e in seguito al divorzio dei suoi genitori, nel kibbutz di Ein Harod. Descritto dal sociologo israeliano Oz Almog come "il miglior esempio dell’estremismo ideologico della religione sionista”38, fin dalla giovane età Meir dimostrò di essere il classico prodotto della cultura Sabra, caratterizzato da un profondo legame con la terra e con la propria patria. Era anche un appassionato di trekking: a soli diciassette anni, nel 1951, prese con sé la sorella Shoshana, all’epoca quattordicenne, e portò avanti un viaggio verso la sponda orientale del Lago di Tiberiade, allora sottoposto al controllo siriano in quanto zona demilitarizzata; la gita non fu a lieto fine, in quanto i due vennero catturati dai soldati nemici e furono portati in prigione a Damasco, potendo ritornare indietro solo dopo un mese di negoziazioni grazie agli sforzi della Croce Rossa Internazionale e delle Nazioni Unite39.
Tale avvenimento, seppur abbastanza unico per sua natura, non rappresentava certo una novità: dopo la nascita dello Stato, infatti, si diffuse una certa tendenza per cui atti illegali, come ovviamente lo era oltrepassare le linee armistiziali per entrare in territorio nemico, o violenti erano talvolta tollerati e perdonati40, non solo da parte della classe politica ma anche dall’opinione pubblica. Ciò succedeva anche per quelle imprese più pericolose come, per esempio, il superamento della frontiera con la Giordania e il viaggio attraverso il deserto per arrivare a vedere Petra41. Ed è proprio dinanzi alla città dei Nabatei che le due storie si incrociano.
Nel maggio 1953 Meir Har-Zion fu infatti il primo israeliano a raggiungere Petra dalla conclusione della Guerra di Indipendenza. Egli, però, non si recò in territorio nemico da solo: fu infatti accompagnato da Ravel Shavorai, una sua compagna di kibbutz a Ein Harod e, essendo più vecchia di otto anni, anche veterana della Palmach, con cui combatté nel 1948. Il resoconto del viaggio, durato tre giorni e quattro noti, è contenuto nei diari dello stesso Meir, pubblicati nel 196942, ma quello che più ci interessa è l’impatto che tale impresa ebbe sulla generazione dei giovani Sabra.

Al loro ritorno, Meir Har-Zion e Ravel Shavorai divennero veri e propri eroi per i loro coetanei43. La loro impresa influenzò, nei mesi e negli anni successivi, decine di giovani, che tentarono di ripeterne le gesta. Tra il settembre 1953 e il marzo 1957 furono tredici i giovani che trovarono la propria morte al di là della frontiera, uccisi dalla Legione Araba giordana: Arik Megger, Miriam Monderer, Eitan Mintz, Ya'acov Kleifeld e Gila Ben-Akiva nel settembre 1953; col mito eroico della morte che ora circondava l’aura di Petra, Dror Levi e Dimitri Berman tentarono a loro volta di arrivare alle rovine nabatee, trovando la propria di morte nell’aprile 1956; lo stesso si può dire per Menahem Ben David, Ram Pragai, Kalman Shelef Shlafsky, e Dan Gilad nel marzo 1957: solo dopo queste ultime morti il Governo israeliano si decise finalmente nel promulgare una legge volta a proibire i trekking oltre la frontiera. Nonostante ciò, nel 1960 due giovani, Kushi Rimon e Victor Friedman, travestiti da personale dell’ONU, riuscirono a compiere il viaggio, mentre nel novembre 1987 altre due persone, Amiram Hai e Mordechai Tuvi, furono nuovamente uccise mentre si trovavano al di là del confine44.
Se in un primo momento Ravel Shavorai aveva affermato che “non è che la nostra generazione fosse priva di pericoli, ma il viaggio faceva parte del nostro insediamento sulla terra: insediarci sulla terra e abituarci alla sua aridità, al suo calore, alla pendenza delle sue montagne”45, in seguito all’accumularsi di morti tanto tragiche giunse a pentirsi dell’esempio dato ai giovani israeliani. In un’intervista rilasciata poco prima di morire, nel 2016, affermava:
"Ancora oggi non riesco a perdonarmi. Petra è diventata una trappola mortale. Quasi tutti quelli che ci hanno seguito non sono tornati. Se Meir e io non fossimo andati lì, forse avrebbero salvato la vita e io non avrei perso Gila Ben-Akiva, la mia cara e amata amica, che ha insistito per andare a Petra. Come me”.46
Ma Ravel non era l’unica che aveva perso qualcuno di caro in questi viaggi.
Tra i quindici morti che si susseguirono nel corso degli anni Cinquanta, infatti, troviamo anche la stessa sorella di Meir Har-Zion, Shoshana, la quale, nel dicembre 1954, insieme al fidanzato Oded Wagmeister, decise di provare ad emulare l’impresa del fratello maggiore. “Così due giovani innocenti, amanti della loro patria, hanno pagato con il sangue il prezzo dell'ostilità tra i due paesi”: in tal modo Ha’aretz annunciava la loro morte per mano di alcuni beduini giordani47.
La notizia della morte di Shoshana provocò un fortissimo lutto in Meir, tanto era legata alla sorella. Desideroso di vendetta, Meir si congedò momentaneamente dall’Esercito e nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1955, insieme ad alcuni amici, anch’essi congedati dalle Forze Armate, varcò il confine. Erano anni, quelli, in cui la linea militare di Israele era quella della “politica delle ritorsioni”, per cui alle infiltrazioni palestinesi48 o alle provocazioni degli Stati arabi si rispondeva con un uso eguale o maggiore della forza: ciò serviva per garantire non solo un senso di sicurezza ai propri cittadini e per mantenere alto il morale, ma anche per evitare atti privati di vendetta. “Se il governo non adempie al suo ruolo in materia di sicurezza, non stupitevi se un giorno un'iniziativa privata vi coglie di sorpresa”: così aveva avvertito la Knesset il deputato dell’Herut (“predecessore” del Likud) Aryeh Altman, ma preoccupazioni simili erano emerse anche dalle parole e dai pensieri di Moshe Sharett e David Ben-Gurion49.
Tuttavia, per il caso di Shoshana Har-Zion non era stata portata avanti alcuna ritorsione. Gli alti livelli della catena di comando militare israeliana, infatti, avevano giudicato la morte dei due giovani non causata da un atto di infiltrazione nemico, ma come una conseguenza della loro decisione di sorpassare illegalmente la frontiera di uno Stato belligerante per il mero obiettivo di un’escursione50. Tale decisione sconvolse Meir, che nella sua autobiografia mostra bene il livello di ossessione a cui era arrivato per vendicare la morte della sorella e del relativo fidanzato51.
Dotato di armi e di una vettura fornita direttamente da Ariel Sharon con il benestare di Moshe Dayan52, allora Capo di Stato Maggiore, Meir Har-Zion e i tre suoi compagni/commilitoni sorpassarono il confine e, a nove kilometri da esso, assaltarono un campo di beduini giordani, secondo loro appartenenti alla stessa tribù responsabile della morte della sorella ma senza alcuna reale prova. Il resoconto dell’azione di vendetta è dato dall’allora Primo Ministro, Moshe Sharett, che, nel suo diario in data 6 marzo 1955, scriveva “come i nostri quattro ragazzi avevano catturato i beduini, uno dopo l'altro, e come li avevano condotti in un wadi e li avevano pugnalati con dei coltelli uno dopo l'altro, e come avevano cercato di interrogare ciascuno di loro prima della loro morte per scoprire l'identità degli assassini del ragazzo e della ragazza - e non erano stati in grado di comprendere le risposte alle loro domande perché non conoscevano affatto l'arabo”53. Report più precisi avrebbero fatto poi emergere che dei sei beduini catturati a quattro venne tagliata la gola, uno fu ucciso con un colpo di arma da fuoco e l’ultimo fu lasciato in vita affinché potesse raccontare al resto della tribù quanto era successo. Dopodiché i quattro tornarono in Israele54.
La loro azione divenne pressoché immediatamente di dominio pubblico e un caso nazionale, passato alla storia come “Affare Meir Har-Zion”. La sua collocazione temporale, nella primavera 1955, coincide anche con un periodo particolare per la storia e vita politica israeliana, ovvero lo scontro sempre più acuto tra il Primo Ministro Sharett e il neo-Ministro della Difesa David Ben-Gurion, “padrino” dello Stato d’Israele tornato attivo nella vita politica del Paese dopo le dimissioni di Pinhas Lavon a seguito del cosiddetto “Affare Lavon”.
I due non potevano essere più diversi: per citare Eedson Burns, comandante dell’UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization), vale a dire la forza di peacekeeping ONU lungo le linee armistiziali tra Israele e i Paesi arabi, “Ben-Gurion era generalmente considerato il sostenitore della linea ‘attivista’ nella politica militare ed estera di Israele, mentre Sharett era ritenuto favorevole a una linea più tranquilla, con atteggiamenti non aggressivi e concilianti che potessero portare alla pace e che avrebbero trovato il favore delle potenze occidentali, dal cui sostegno Israele dipendeva in modo così determinante”55.
Nonostante la diversità tra i due politici, che si erano conosciuti ad Istanbul nel 1913 e che da allora avevano sempre collaborato fianco a fianco, inizialmente sembrava esserci la volontà condivisa di andare fino in fondo alla questione per punire i responsabili. Era necessario, secondo Ben-Gurion, dimostrare all’Esercito e alla gioventù israeliana che “tali comportamenti non sarebbero stati tollerati” da nessun membro del Gabinetto56, ma in realtà le cose si svilupparono diversamente.
Sharett infatti si ritrovò ben presto da solo nel voler perseguire Meir Har-Zion e i suoi complici, dovendosi scontrare dunque con la realtà: i quattro avevano optato per non confessare la loro responsabilità nell’assassinio dei cittadini giordani; il Capo di Stato Maggiore Moshe Dayan iniziò ad ostacolare le varie possibili inchieste portate avanti dalla polizia su volontà del Primo Ministro; emersero ostacoli legali su come poter sottoporre a processo i giovani, dal momento che il Tribunale Militare non aveva la competenza necessaria e che l’estradizione in Giordania non era ovviamente presa in considerazione; ma, soprattutto, Ben-Gurion iniziò ad allontanarsi dalle posizioni di Sharett e iniziò anche a giustificare i ragazzi.
Il Primo Ministro, descritto da Tom Segev come una “figura piuttosto patetica”57, si ritrovò così isolato, con importanti pezzi dell’Esercito contro di lui, non supportato dal suo Ministro della Difesa e pater patriae e anche con una montante opinione pubblica che, secondo lui, spalleggiava per gli assassini. Sulle pagine del proprio diario, in data 13 marzo 1955, scriveva:
“La questione dell'unità di paracadutisti e lo spirito che la pervadeva è destinata a diventare, a tempo debito, oggetto di seria contesa tra Ben-Gurion e me [...]. Tuttavia, oggi giustifichiamo questo metodo di ritorsione per ragioni pragmatiche senza, Dio non voglia, dare credito al principio della vendetta in sé. Eppure, involontariamente, abbiamo rimosso le barriere morali e mentali contro questa primordiale passione umana negativa. Abbiamo così permesso a un'unità di paracadutisti di elevare l'atto di vendetta al livello di principio morale. In effetti, questo concetto è stato diffuso tra ampie fasce della popolazione, in particolare tra i giovani, e ha raggiunto il suo apice in questa unità che è diventata lo strumento di vendetta del Paese, circondata da un'aura quasi sacra. Lo spirito che prevale in questa unità e i principi che le sono stati inculcati sono diventati uno stimolo per atti di rappresaglia. [...] Chissà se la sete di azione di questa unità non si trasformerà in un male incurabile, il cui rimedio sarebbe quello di smantellarla, proprio come è stato fatto con la Palmach.”58
Sharett fu attaccato poi anche dai famigliari dei responsabili. In una lettera ricevuta da Miriam Shlimowitz, madre di uno dei fermati, quest’ultima accusava il Primo Ministro di essere responsabile di una campagna d’odio verso i ragazzi, le cui “anime gentili” sarebbero state danneggiate irrimediabilmente da questi eventi. Due giorni più tardi Sharett fu costretto a ricevere tali accuse direttamente da Sarah Har-Zion, madre di Meir, accolta in ricevimento nell’Ufficio del Primo Ministro59.
L’isolamento di Moshe non era però legato solo a questo scandalo, ma all’intera vita politica israeliana. Il ritorno di Ben-Gurion al Governo, dopo il suo periodo di isolamento a Sde Boker, nel Negev, aveva sancito un definitivo ritorno ad una politica aggressiva e muscolare di Israele, non condivisa da Sharett ma dimostrabile con il devastante raid sulle postazioni egiziane nella Striscia di Gaza che, tra il 28 febbraio e il primo marzo 1955, lasciò sul campo almeno sessanta soldati egiziani tra morti e feriti. Sharett aveva dato il suo benestare alla cosiddetta “Operation Black Arrow” per calmare l’Esercito, ma nessuno gli aveva detto che l’azione militare sarebbe stata di tali proporzioni.
In qualità di Primo Ministro (e anche di Ministro degli Esteri) Sharett fu costretto ad assumersi la responsabilità dell’azione, che valse ad Israele una condanna unanime del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: era questo il motivo per cui, in seguito al reclamo della Giordania all’ONU per l’Affare Meir Har-Zion, Sharett voleva andare fino in fondo alla faccenda e punire duramente i responsabili, essendo lui un uomo con una profonda fede nelle istituzioni internazionali, a cui dava personalmente molta importanza, al contrario di quanto faceva invece Ben-Gurion. Ma non solo.
I contrasti tra le due figure andavano ben oltre e sarebbero continuate per tutta la primavera ed estate del 1955 e riguardavano, per esempio, a quale Ministero dovesse toccare la gestione della Commissione Mista di Armistizio, se a quello degli Esteri, roccaforte di Sharett, o quello della Difesa, come volevano invece Ben-Gurion e Dayan, o, ancora, con le incombenti elezioni politiche che si sarebbero tenute nell’estate 1955, per le quali Ben-Gurion faceva ben intendere la sua intenzione di ritornare ad essere il Primo Ministro del Paese. La massima tensione tra i due sarebbe giunta solo qualche mese più tardi, in occasione del discorso di Ben-Gurion per la Giornata di Indipendenza, durante il quale egli accusò Sharett, in modo più o meno velato, di essere un codardo. “Il discorso di Ben-Gurion durante la Giornata dell’Indipendenza è stata una dimostrazione di hooliganismo, di umiliazione e [della volontà] di calpestarmi”: questo è lo sfogo di Sharett nel suo diario in data 30 aprile 195560.

In aggiunta a ciò, Sharett era attaccato anche dall’Esercito, non solo per la sua politica di moderazione lungo i confini ma anche per la sua gestione del caso relativo alla vendetta per la morte di Shoshana.
L’interesse delle Forze Armate derivava dalla personale predisposizione di Ariel Sharon e di Moshe Dayan nei confronti di Meir Har-Zion. L’ex Primo Ministro israeliano aveva già sentito parlare di Meir relativamente al suo glorioso viaggio a Petra, compiuto quando quest’ultimo era già parte del Nahal, una delle più note unità dell’Esercito israeliano: il suo coraggio, la sua brutalità, la sua esperienza e la sua bravura nell’infiltrarsi in territorio nemico gli valsero, di conseguenza, la chiamata proprio di Ariel Sharon per entrare a far parte, nel 1953, della neo-stabilita Unità 101, creata col benestare di Moshe Dayan per “perpetrare rappresaglie speciali al di là dei confini dello Stato”61. Har-Zion sarebbe diventato il consigliere non ufficiale di Sharon all’interno dell’Unità e uno dei suoi uomini più importanti ed efficienti62. Ma è possibile osservare la sua importanza anche nelle memorie dei suoi superiori: Sharon lo descrive come “il combattente di maggior talento dell’Unità 101, […] l’élite dell’élite”63, mentre Dayan lo identificava non solo come uno dei “prescelti” della sua generazione64, ma anche come il più grande guerriero ebreo dai tempi di Bar Kokhba65. Tutto ciò fa capire come mai le alte sfere dell’Esercito siano intervenute per coprire Meir Har-Zion e i suoi commilitoni.
Al tempo stesso, sia Ariel Sharon sia, soprattutto, Moshe Dayan avevano una forte influenza su Ben-Gurion, da lui considerati suoi protetti in quanto condividevano la sua politica muscolare e aggressiva: era stato proprio Ariel Sharon a guidare l’assalto alle postazioni egiziane nella Striscia di Gaza durante l’Operazione Black Arrow. L’influenza dei due e la realizzazione da parte di Ben-Gurion che un processo ai danni di Meir Har-Zion sarebbe stato potenzialmente disastroso per la reputazione dell’Esercito e dell’Unità 101 provocò un cambio di rotta da parte del Ministro della Difesa, che si disse ora deciso di insabbiare tutta la vicenda: dopo una ventina di giorni in custodia cautelare, i quattro furono rilasciati senza alcuna accusa66.
Sharett, che già in precedenza aveva dato prova nel suo diario di quanto fosse a disagio dalla presenza del nipote67, anch’egli facente parte della stessa unità di Meir Har-Zion, riassumeva in tale modo la questione:
“Ho parlato di due mali che affliggono i nostri giovani: in primo luogo, il disprezzo per la vita umana che è nato sulla scia della Guerra d'Indipendenza e degli atti supremi di eroismo che vi hanno avuto luogo. Questo ha portato le persone a mettere in pericolo la propria vita intraprendendo le ‘escursioni’ più follemente audaci nel cuore del territorio nemico, con disprezzo per la vita degli altri, permettendosi così di uccidere persone innocenti. Il secondo male è il desiderio di vendetta che ha assunto le sembianze di un alto principio morale. Lo spirito oscuro della Bibbia è risorto tra i figli di Nahalal e Ein Harod.”68
Meir Har-Zion fu in seguito riammesso nelle Forze Armate, ma la sua carriera si interruppe già nel settembre 1956: ferito alla gola durante uno scontro a fuoco, fu costretto a ritirarsi dall’attività militare. Tuttavia, egli divenne oggetto di un vero e proprio culto all’interno del mondo militare israeliano: non solo i suoi diari venivano concessi come regalo a tutti i nuovi ufficiali una volta completato il loro corso69, ma alla sua morte, avvenuta nel 2014, personaggi come Shimon Peres, allora Presidente d’Israele, e Benjamin Netanyahu, allora Primo Ministro, lo descrissero come “una leggenda del suo tempo” e come “uno dei più nostri grandi eroi”70.
Ovviamente, questa si tratta della visione e della memoria sionista di Meir Har-Zion. Lo scrittore “post-sionista” israeliano Amos Elon lo descrive invece come un “una sorta di eroe culturale, il simbolo vivente di un ebreo “nuovo”, spietato, combattivo, con una coscienza corazzata. [...] Eppure Har-Zion è stato quello che più di tutti ha giustificato i timori che una vita trascorsa in guerra e decenni di uccisioni legittimate possano trasformare gli uomini in animali”71.
Ma, come è giusto che sia, è da parte non-sionista che arrivano le maggiori critiche, accuse e condanne nei confronti di Meir Har-Zion. Egli viene definito come “macellaio” per i metodi brutali con cui uccise i beduini giordani, viene denunciato per essere stato uno dei principali sostenitori del “Grande Israele” o per aver partecipato attivamente al massacro di Qibya a comando di alcune forze dell’Unità 1017273. Ancora, di lui viene detto che “è difficile trovare un uomo più meritevole della definizione di ‘terrorista’ di Meir Har-Zion”, responsabile inoltre di “dichiarazioni sadiche” e del processo di “nazificazione” degli israeliani74.
Oh, the Red Rock
L’ammirazione per Petra e i relativi trekking che ne conseguirono ebbero anche un certo effetto sulla vita culturale della società israeliana, a partire dalla letteratura.
Gli anni Cinquanta videro lo svilupparsi della “Generazione del 1948”, formata da quegli autori che condividevano tra loro una certa uniformità nella prosa e che erano alla continua ricerca di strade attraverso le quali poter esprimere la nuova natura della propria patria. Uno dei loro temi preferiti era quello della figura mitica dei Sabra, ma dai loro testi emerge anche un forte sentimento di nostalgia: molti di essi erano veterani della Guerra di Indipendenza e, al loro ritorno alla vita civile, si iniziarono a sentire alienati dalla nuova realtà che avevano contribuito a formare, dalla trasformazione del paesaggio fino, addirittura, all’assenza dei palestinesi espulsi in massa, passando attraverso le immagini di un Paese in divenire che, però, aveva perso ogni tipo di elemento romantico che aveva caratterizzato invece la loro giovinezza75.
Il primo che parlò di Petra e di tutto l’universo ad essa collegata fu Yehoshua Bar-Yosef all’interno della sua novella “The Way to the Red Rock” (originale “Ba-Derech Le-Sela Edom”). Lui stesso un Sabra, essendo nato a Safed nel 1912, l’opera fu scritta nel 1959 e narra del viaggio di tre ragazzi verso la città nabatea, raccontato attraverso gli occhi e la voce del protagonista, Mickey.
Attraverso la narrazione di Mickey, che avviene tutta sottoforma di un monologo interiore, veniamo a sapere che egli è il figlio di una rispettabile coppia di Tel Aviv: il padre era professore in una scuola superiore, la madre era un’insegnante privata di canto. I due guadagnavano bene, ci dice Mickey, eppure non erano felici. La loro condizione era motivo di disgusto per il figlio che, quindi, cerca di allontanarsi dalla vita dei suoi genitori: si reca dunque ad Eilat, dove sopravvive di lavoretti saltuari. Qua, però, inizia la sua fascinazione per il deserto, da lui descritto come “tanto vuoto quanto la mia anima”. Mickey inizia dunque ad avventurarsi in escursioni sempre più lunghe e più rischiose, arrivando anche a congedarsi dall’Esercito per dedicarsi esclusivamente alla sua nuova passione, completamente libero di fare ciò che vuole quando vuole: è questo ciò che desidera veramente Mickey, la mancanza di responsabilità verso niente e nessuno.
Tuttavia, sebbene immerso nel silenzio del deserto, giungono alle sue orecchie le notizie riguardanti i tentati viaggi verso Petra e la tragica morte di coloro che hanno sacrificato la propria vita per tale impresa. Per tale motivo, Mickey, sicuro delle proprie capacità e della propria conoscenza del deserto, decide che era giunta l’ora di dimostrare a sé stesso e a tutti gli altri le proprie capacità di esploratore. Nonostante tale sicurezza, la storia si conclude in tragedia, con Mickey e i suoi due compagni che vengono anch’essi uccisi durante il viaggio; in punto di morte, però, Mickey spera che la sua esperienza e quella dei suoi accompagnatori possa essere di esempio per il resto della gioventù israeliana:
“Forse ci riporteranno indietro feriti e distrutti, così che i giovani d'Israele imparino la lezione e non facciano come noi. Per impedire loro di andare a Petra. Per impedire loro di giocare con la morte. Per impedire loro di trasformare la propria vita in una roulette”.
Nella loro analisi del testo di Bar-Yosef, Nusairat e Amarat, il cui studio è la fonte principale di quanto scritto finora76, giungono a delle deduzioni utili per spiegare i motivi che hanno spinto Mickey a intraprendere il viaggio verso Petra. Il primo di essi è il desiderio di morire di una morte eroica: Mickey è consapevole di star camminando verso la propria morte, soprattutto dopo che si è accorto che la comitiva sta lasciando delle tracce dietro di sé che saranno utilizzate dalle forze militari giordane, ma non gli interessa comunque e sceglie deliberatamente di continuare a seguire la strada verso la propria fine; in secondo luogo, troviamo la fascinazione per i Nabatei, coi quali si immedesima completamente e fantastica di essere uno di loro; troviamo poi l’amore per il pericolo e per la natura incontaminata e silenziosa del deserto; infine, ciò che spinge Mickey a intraprendere il viaggio è anche il desiderio di avere qualcosa da raccontare ai propri amici, come poteva essere l’impresa di lasciare incisi i propri nomi da qualche parte nel complesso archeologico.
La novella di Bar-Yosef assume dunque un compito moralistico: Mickey è il contrario dell’eroe che bramava di essere; egli diventa un antieroe, le cui motivazioni che lo hanno spinto a intraprendere il suo viaggio vanno in realtà ricercate nelle sue difficoltà nel trovare un senso e una strada nella sua vita, oltre che al suo rifiuto a crescere e ad accogliere le responsabilità del mondo degli adulti.
La sua, però, non è l’unica storia che si ricollega alla “nostra” Petra: anche il ben più noto Amos Oz ha posto la sua firma su un lavoro che gravita attorno a tale tema. Pubblicato in Italia con la traduzione di “Una pace perfetta”, “A Perfect Peace” (originale “mnwḥh nkwnh”) è stato messo sul mercato a partire dal 1982, anche se alcuni suoi pezzi erano già usciti a partire dal 1972. Nonostante ciò, si tratta di un libro che può essere facilmente collocato nella tradizione letteraria israeliana degli anni Sessanta.
L’incipit è in qualche modo simile a quello già presente in Bar-Yosef: qui il protagonista è Jonathan Lifshitz, un uomo di ventisei anni che è disgustato dalla sua routine quotidiana all’interno del kibbutz immaginario di Granot; sentendosi oppresso dalla sua corrente situazione, Jonathan sceglie di abbandonare la propria casa, lasciandosi alle spalle una moglie con due figli, per iniziare una nuova vita, processo durante il quale cercherà anch’egli di raggiungere Petra.
Il suo è un atto di ribellione contro la società, ma nella quale troviamo anche due tendenze contrapposte della società israeliana: da una parte vi è infatti la vita comunitaria tipica del kibbutz, mentre dall’altra c’è la voglia di realizzarsi personalmente e una forte tendenza all’individualismo. Anche in questo caso, come già successo con Mickey, il deserto diventa la via di scampo, uno dei soli luoghi dove può essere finalmente libero. Tuttavia, a differenza dell’antieroe visto in precedenza, dopo aver varcato la frontiera, desideroso di raggiungere Petra, Jonathan entra in crisi, sfogandosi sparando contro la luna tutte le munizioni che aveva con sé. Proprio dopo questo sfogo il nostro protagonista inizia a rinsavire: egli si rende conto di essere in territorio nemico, senza più munizioni e vicino a dove altri suoi coetanei erano stati massacrati dalle guardie di frontiere giordane. Colto da una crisi di pianto, cerca di tornare sui propri passi ma finisce per perdersi, restando nel deserto per due mesi. Alla fine, comunque, riesce a tornare al kibbutz di provenienza, dove ritrova la moglie coi figli ad aspettarlo. Il suo viaggio verso Petra diventa quindi una sorta di “catarsi”, nella quale Jonathan entra in contatto per la prima volta con le proprie emozioni; ma, soprattutto, è la paura ad averlo guidato nuovamente alla salvezza, a differenza di quanto era successo a Mickey, morto proprio nel tentativo di sopprimere la paura di morire77.
Infine, un terzo esempio può essere infine quello della scrittrice Ruth Almog che, sulla scia di un rinnovato interesse verso Petra, motivato sia dalla morte di due israeliani nel 1987 sia da quel processo che avrebbe poi portato alla pace tra Tel Aviv e Amman nel 1994, pubblicò, nel 1993, un libro intitolato “Horses” (originale “Susim”).
Oscar, il protagonista della storia, è immigrato in Israele negli anni Cinquanta dopo essere sopravvissuto all’Olocausto. Egli però fatica a integrarsi nel suo nuovo Paese e solo attraverso l’Esercito riesce infatti a trovare un modo per ambientarsi più velocemente. Con le armi in pugno Oscar si sente finalmente un vero israeliano, fino a quando un giorno un suo commilitone inizia a parlare di Petra: alla domanda del nostro protagonista di che cosa fosse Petra, che Oscar non aveva mai sentito nominare, un altro suo compagno gli risponde che “Petra non è per i ‘saponi’”, dove per “saponi” (in ebraico “sabon”) si intendeva uno slang israeliano estremamente offensivo e utilizzato per indicare i sopravvissuti all’Olocausto e, dunque, facendo riferimento all’idea per cui i nazisti utilizzavano le proprie vittime per confezionare, per l’appunto, sapone78. Tale appellativo viene utilizzato in questo contesto per sottolineare come Oscar non appartenesse alla generazione dei Sabra e, dunque, non fosse “uno di loro”. Offeso da questa discriminazione nei suoi confronti, Oscar si inizia ad informare su Petra nelle biblioteche a sua disposizione e, alla fine, decide di partire per il pericoloso viaggio: dopo essere scampato alla morte per miracolo, però, decide alla fine che Petra è solo una leggenda e nient’altro, riconciliandosi col proprio passato e non sentendo più la necessità di “conquistare” la città nabatea. Con tale racconto, Ruth Almog non solo voleva denunciare la pressione sociale che veniva posta sui sopravvissuti all’Olocausto, ma voleva anche sottolineare l’assurda leggenda che gravitava intorno a Petra, oltre che le difficoltà di integrazione per coloro che non potevano dirsi facenti parte della generazione dei Sabra79.
Tuttavia, tutto questo ciclo di letteratura su Petra non sarebbe stata possibile senza quel contributo che ha dato il via al tutto. Si sta parlando della ballata HaSela haAdom (“The Red Rock” in inglese), scritta da Haim Hefer (lui stesso un veterano della Palmach), con le musiche di Yochanan Zarai e cantata da Arik Levie, trasmessa via radio per la prima volta nel 1958.
Across the mountains and the desert the legends say, there’s a place that a living person has not yet returned from, it’s called the red rock. Ho, the red – red – rock. Three went on the way with the sunset, facing the mountains red scorching, an old dream, a map and a water bottle they did take to the red rock. Ho, the red – red – rock. The first went as scout, lifting his face, looking at the stars up high, but the view that his eyes saw – was the sight of the red rock Ho, the red – red – rock. In the Wadi, they camped between stones some time, one said, like being dreamhit: My eyes see – her face is white. His buddys answered: the red rock. Ho, the red – red – rock. The rotating sun beat on their heads they breathe in desert dust and heat, and, all of a sudden, as if their blood ran cold they saw the red rock. Ho, the red – red – rock. The shooting salvo was short. One groaned: I have been injured – and he became silent. His mates answered with a mouthful of dust: we have arrived at the red rock. Ho, the red – red – rock. Across the mountains and the desert the legends say, there’s a place that a living person has not yet returned from, it’s called the red rock. Ho, the red – red – rock.
Il testo80, composto sottoforma di una ballata, glorificava ed esaltava il pericolo delle escursioni clandestine al di là della frontiera, sottolineandone l’importanza simbolica per la generazione della Palmach: emergono infatti il desiderio di avventura, l’amore per la natura e per il deserto in particolare ma, soprattutto, il rischio di morte. In poche parole, si esaltava il concetto tipicamente sionista di “eroismo attraverso la sfida”.
Tuttavia, e probabilmente anche per i motivi appena citati, tale canzone venne bandita rapidamente proprio da Ben-Gurion su suggerimento di Shimon Peres, allora vice-Ministro della Difesa, il quale temeva che la ballata potesse invogliare la gioventù israeliana nell’affrontare quella che lui considerava una missione suicida, cioè raggiungere Petra. Il risultato di quest’azione di “censura” fu, però, un boomerang: il fascino del proibito favorì una diffusione ancor maggiore del mito e della leggenda della città nabatea, tanto che già l’anno successivo, nel 1959, come abbiamo già detto, due giovani travestiti da personale ONU riuscirono a raggiungere il sito archeologico e a tornare sani e salvi81.
”Dimenticata” dopo il 1967, quando, in seguito all’espansione territoriale raggiunta per mezzo della Guerra dei Sei Giorni, si aprirono nuovi trekking per i cittadini israeliani82, Petra e la canzone interpretata da Arik Levie vennero recuperate solo nel 1994 grazie ad una pubblicazione di Dana International. La cantante israeliana, vincitrice dell’Eurovision nel 1998, pubblicò nel 1994 il suo secondo album, intitolato Umpatampa, al cui interno si trova una versione parodistica della canzone del 1958, col nome di “Nosa’at le-Petra” (“In viaggio verso Petra”).
There, the moon sets in red All the stones sweat blood I’m going to Petra There, the body seethes with madness The hallucinations rise and fly I’m going to Petra I will cross a river And I will return to the desert Like a wild tiger Tonight in the desert Petra, tonight, Petra There, I approach Asia through space Her dress is slipping off up in the sky I’m going to Petra There, your lips are calmly kissed Drums of passion are booming I’m going to Petra
Pubblicata83 con l’intento di celebrare l’accordo di pace raggiunto in quell’anno tra Amman e Tel Aviv, la canzone di Dana International assume però un significato del tutto contrario e opposto a quella scritta da Haim Hefer trentasei anni prima. Se la versione originale può essere infatti giudicata intrisa di nazionalismo, la canzone del 1994 sembra invece volere trasmettere una desacralizzazione di tutto ciò che è legato al mito di Petra, non solo satirizzando sull’amore per la natura tipica della generazione della Palmach ma anche sessualizzando la fascinazione che le generazioni più anziane provavano per il complesso della città nabatea84.
Si veda Burckhardt, John Lewis. 1822. Travels in Syria and the Holy Land. Cambridge Library Collection. Travel, Middle East and Asia Minor. Cambridge University Press. https://doi.org/10.1017/CBO9780511841736.
Citato in Stein, Rebecca L., e Ted Swedenburg, a c. di. 2005. Palestine, Israel, and the Politics of Popular Culture. Duke University Press, pp. 269-270.
Per Sabra si intendono tutte quelle persone nate in quelle terre che oggi sono internazionalmente riconosciute come parte dello Stato di Israele e che, allora, facevano parte della Palestina sotto Mandato Britannico. Lo storico israeliano Tom Segev, appartenente al corso della Nuova Storiografia, parlando degli scrittori appartenenti alla “Generazione del 1948”, afferma che un loro tema ricorrente erano proprio i Sabra. Di seguito una classica descrizione di un Sabra nella letteratura israeliana del tempo: “Il soldato nato in patria. Bello, retto, onesto, audace e privo dei complessi della diaspora, era sempre pronto a morire per difendere la sua casa e la vita della sua “ragazza” (ovvero, la Patria, ndr). Era anche pronto a uccidere, ma ogni volta che doveva sparare piangeva di autocommiserazione, perché ovviamente odiava la guerra più di ogni altra cosa. Duro fuori e tenero dentro, i suoi capelli svolazzavano sempre al vento mentre guidava la sua jeep, un po' cowboy in un film western, un po' eroe epico in un grande romanzo sovietico”. Segev, Tom, e Arlen Neal Weinstein. 2018. 1949, the First Israelis. Free Press trade paperback edition. Free Press, p. 312.
Stein, Rebecca L. 2008. Itineraries in Conflict: Israelis, Palestinians, and the Political Lives of Tourism. Duke University Press. https://doi.org/10.2307/j.ctv11hpqcz, p. 6.
Per osservare le risposte della stampa israeliana dinanzi a tali possibilità turistiche, si veda Stein, Rebecca L. 2002. ’First Contact’ and Other Israeli Fictions: Tourism, Globalization, and the Middle East Peace Process. https://hdl.handle.net/10161/6687, pp. 529-530.
“La colonizzazione sionista deve cessare oppure procedere indipendentemente dalla popolazione autoctona. Ciò significa che può procedere e svilupparsi solo sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione autoctona, dietro un muro di ferro che quest'ultima non può abbattere. Questa è la nostra politica araba: non quella che dovremmo avere, ma quella che abbiamo effettivamente, che lo ammettiamo o meno.” https://en.jabotinsky.org/media/9747/the-iron-wall.pdf.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, p. 180.
Per maggiori informazioni sul periodo hamidiano, si veda Kasaba, Reşat. 2008. The Cambridge History of Turkey. Vol. 4. Cambridge University press, pp. 38-61.
Gutman, David. 2016. «Travel Documents, Mobility Control, and the Ottoman State in an Age of Global Migration, 1880–1915». Journal of the Ottoman and Turkish Studies Association 3 (2): 347–68. https://doi.org/10.2979/jottturstuass.3.2.08, pp. 363-368.
Fieldhouse, David K. 2008. Western Imperialism in the Middle East 1914-1958. Oxford University Press. https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780199540839.001.0001, p. 37.
Stein, Rebecca L. 2008. Itineraries in Conflict: Israelis, Palestinians, and the Political Lives of Tourism. Duke University Press. https://doi.org/10.2307/j.ctv11hpqcz, p. 10.
Si osservino, per esempio, Banko, Lauren. “Border Transgressions, Border Controls: Mobility along Palestine’s Northern Frontier, 1930–46.” In Regimes of Mobility: Borders and State Formation in the Middle East, 1918-1946, edited by Jordi Tejel and Ramazan Hakkı Öztan, 256–85. Edinburgh University Press, 2022. http://www.jstor.org/stable/10.3366/jj.7358672.16, o anche Okan, Orçun Can. “Border of State Succession and Regime Change in the Post-Ottoman Middle East.” In Regimes of Mobility: Borders and State Formation in the Middle East, 1918-1946, edited by Jordi Tejel and Ramazan Hakkı Öztan, 59–79. Edinburgh University Press, 2022. http://www.jstor.org/stable/10.3366/jj.7358672.9.
Noto anche come Keren Kayemet Le-Israel, esso era stato formato “nel 1901 con lo scopo di acquistare delle terre che divenissero proprietà inalienabile del popolo ebraico, impiegando per la sua coltivazione soltanto manodopera ebraica”, si veda Marzano, Arturo. 2017. Storia dei sionismi: lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi. 1a edizione. Frecce 238. Carocci editore, p. 54.
La Federazione Generale dei Lavoratori in Terra d’Israele, meglio noto come Histadrut, era il principale sindacato del popolo ebraico in terra di Palestina prima e nello Stato di Israele poi. Esso giunse a dominare non solo la vita economica del Paese, ma anche la sua vita politica, a partire dal fatto che la leadership sionista decise di non accettare arabi come membri di suddetto sindacato, come ricordato da Sternhell: “ciascun lavoratore, incurante dell’affiliazione ideologica, a condizione che fosse ebreo poteva entrare nelle file dell’Histadrut”. Sternhell, Zeev. 1998. The Founding Myths of Israel: Nationalism, Socialism, and the Making of the Jewish State. Princeton University Press, p. 250, citato in Marzano, Arturo, 2017, p. 93.
Per osservare anche solo superficialmente la quantità di testi geografici relativi alla Terra Santa pubblicati a partire dagli anni Venti, si veda la sezione bibliografica di Bar-Gal, Yoram. 2009. «From “European Oasis” to Downtown New York: The Image of Tel-Aviv in School Textbooks». Israel Studies 14 (3): 21–37, in particolare p. 35.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, pp. 161-163.
Neumann, Boaz. 2011. Land and Desire in Early Zionism. Tradotto da Haim Watzman. Brandeis University Press. https://doi.org/10.2307/j.ctv102bhmf, p. 98.
Benvenisti, Meron. 1989. The shepherds’ war: collected essays (1981-1989), p. 28, citato in Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, p. 104.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, pp. 166-168.
Shapira, Aniṭah. 2008. Land and Power: The Zionist Resort to Force, 1881 - 1948. Nachdr. Stanford Studies in Jewish History and Culture. Stanford University Press., p. 270.
Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, p. 105.
Shapira, Aniṭah. 2008. Land and Power: The Zionist Resort to Force, 1881 - 1948. Nachdr. Stanford Studies in Jewish History and Culture. Stanford University Press., p. 270.
Le seguenti fotografie sono tratte da Silver-Brody, Vivienne. 1998. Documentors of the Dream: Pioneer Jewish Photographers in the Land of Israel, 1890-1933. Magnes Press, Hebrew University ; Jewish Publication Society.
Letteralmente “uccello migratore”, la Wandervogel Ausschuss für Schulerfahrten era un movimento giovanile tedesco fondato ufficialmente nel 1901, ma le cui tracce si trovano già nei sobborghi di Berlino a partire dal 1896. Caratterizzato da un sentimento di antiautoritarismo nei confronti dello Stato e di ribellione nei confronti dello famiglia, i suoi membri provenivano per la maggior parte dalla classe media tedesca e si assistette velocemente a una tendenza per il frazionismo, con la nascita di sotto-organizzazioni che, però, mantenevano alcuni punti in comune, tra cui soprattutto l’adesione ad un nazionalismo etnico tedesco; ciò portò alla nascita di sotto-organizzazioni puramente ebraiche, come quello del “Blau-Weiss”. Solnit, Rebecca. 2014. Wanderlust: A History of Walking. Granta, pp. 181-182.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, p. 171.
Per maggiori informazione sulla Palmach, si veda Y. Bauer. 1961. «The Beginnings of the Palmach» Zion: 103–31 (in ebraico), o Hazkani, Shay. 2015. «Political Indoctrination of Soldiers in the IDF, 1948-1949». Israel Studies Review 30 (1): 20–41.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, p. 173.
Sul ruolo che Masada ha svolto nella formazione di una memoria collettiva israeliana, si veda Ben-Yehuda, Nachman. 1995. The Masada Myth: Collective Memory and Mythmaking in Israel. University of Wisconsin Press.
Ze’evi, Rechavam, “Discorso in occasione del 60° anniversario della fondazione del Palmach”, 23 maggio 2001, http://knesset.gov.il/vip/zeevi/heb/speech1.htm, [ultimo accesso: 20.07.2015], citato in Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, pp. 103-104.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, p.181.
Shapira, Anita. 2010. «The Kibbutz and the State». Jewish Review of Books, 5–10.
Per approfondimenti, si vedano Rogan, Eugene L., e Avi Shlaim, a c. di. 2008. The War for Palestine: Rewriting the History of 1948. Second edition. Cambridge Middle East Studies 15. Cambridge University Press., pp. 104-124 o, per un contesto più specifico, Shlaim, Avi. 1989. Collusion across the Jordan: King Abdullah, the Zionist Movement, and the Partition of Palestine. Reprinted. Oxford University Press. Nonostante ciò, il confine armistiziale tra Israele e Giordania fu tra i più “caldi” durante gli anni Cinquanta: si veda Morris, Benny. 1997. Israel’s Border Wars 1949 - 1956: Arab Infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War. Rev. ed. Clarendon Press.
Havrelock, Rachel S. 2011. River Jordan: the Mythology of a Dividing Line. University of Chicago Press, p. 258.
Tra il 1949 e il 1951 entrarono in Israele 559.675 persone: 271.188 dall’Est Europa, 164.787 dall’Asia, 77.083 dal Nord Africa (Egitto e Libia inclusi) e 46.617 dall’Europa Occidentale, dalle Americhe e dal restante dei territori. Segev, Tom, e Arlen Neal Weinstein. 2018. 1949, the First Israelis. Free Press trade paperback edition. Free Press, p. 104.
Amarat, Mahmoud S., e Mohammad Q. Nusairat. 2024. «The Issue of Cross-Border Infiltration to Petra by the Young Israelis during the 1950s as Reflected in Modern Hebrew Prose». Jordan Journal of Modern Languages & Literatures 16 (4): pp. 956-957. https://doi.org/10.47012/jjmll.16.4.7.
Stein, Rebecca L. 2008. Itineraries in Conflict: Israelis, Palestinians, and the Political Lives of Tourism. Duke University Press. https://doi.org/10.2307/j.ctv11hpqcz, p. 33.
Shimony, Batya. 2018. «The Mizrahi Body in War Literature». Israel Studies 23 (1): p. 150. https://doi.org/10.2979/israelstudies.23.1.07.
Almog, Oz. 2000. The Sabra: The Creation of the New Jew. The S. Mark Taper Foundation Imprint in Jewish Studies. University of California Press, p. 182.
Raved, Ahiya. 2014. «Legendary IDF Soldier Meir Har-Zion Dies at 80». Ynetnews, marzo 14. https://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4499089,00.html.
Sprinzak, Ehud. 1999. Brother Against Brother: Violence and Extremism in Israeli Politics from Altalena to the Rabin Assassination. Free Press., pp. 145-180.
Roman, Yadin. 2004. «The Lure of the Trail. The Pioneers of Israel’s Hiking Tradition». Eretz: The Magazine of Israel, No. 96, December 2004. https://202.gilai.com/Pages/moreshet/petra/roman.php.
Har-Zion, Meir, 1969. Chapters of a Diary (Pirké Yoman [פרקי יומן]), ed. by Naomi Frenkel, Tel Aviv, pp. 142-158, (in ebraico). Interessante notare come, per l’intera narrazione, per riferirsi al Regno Hashemita usasse le virgolette alte, ovvero “Giordania”.
Inbari, Motti. 2019. «The Yossele Schumacher Affair: A Case Study of Israel’s Response to Ultra-Orthodox Ideological Crime». Journal of Church and State 61 (1): p. 38.
Per maggiori informazioni su coloro che si avventurarono nel trekking verso Petra, si veda, in ebraico, Shafran, Nesia. s.d. «נסיה שפרן, פטרה, הסלע האדום - מחקר עם מבט לאחור». https://202.gilai.com/Pages/moreshet/petra/shfran.php.
Havrelock, Rachel. 2007. «My Home is Over Jordan: River as Border in Israeli and Palestinian National Mythology». National Identities 9 (2): p. 115. https://doi.org/10.1080/14608940701333720.
Intervista citata in Amarat, Mahmoud S., e Mohammad Q. Nusairat. 2024. «The Issue of Cross-Border Infiltration to Petra by the Young Israelis during the 1950s as Reflected in Modern Hebrew Prose». Jordan Journal of Modern Languages & Literatures 16 (4): p. 958. https://doi.org/10.47012/jjmll.16.4.7.
Citato in Diskin, Talia. 2025. «Setting Boundaries to the Rule of Law in Israeli Children’s Weeklies of the 1950s: A Test Case for the Concept of Heroism in Socio-Legal Discourse». Israel Law Review 58 (1): p. 78. https://doi.org/10.1017/S0021223725000019.
Il termine “infiltrato” è stato utilizzato per la prima volta nella “Prevention of Infiltration Law”, n. 5714-1954, approvata dalla Knesset il 16 agosto 1954. È stato introdotto un quadro normativo unico per espellere gli infiltrati: l'istituzione di tribunali speciali. La definizione di “infiltrato” però era molto ampia, definita giuridicamente come: “una persona che è entrata in Israele consapevolmente e illegalmente e che in qualsiasi momento tra il 29 novembre 1947 e il suo ingresso era (1) un cittadino o un cittadino del Libano, dell'Egitto, della Siria, dell'Arabia Saudita, della Transgiordania, dell'Iraq o dello Yemen; oppure (2) un residente o un visitatore in uno di quei Paesi o in qualsiasi parte della Palestina al di fuori di Israele; o (3) cittadino palestinese o residente palestinese senza nazionalità o cittadinanza o la cui nazionalità o cittadinanza era dubbia e che, durante il suddetto periodo, ha lasciato il suo luogo di residenza abituale in un'area che è diventata parte di Israele per recarsi al di fuori di Israele”. Tra il 1949 e il 1956 un numero stimato tra i diecimila e i quindicimila palestinesi “infiltrati” cercarono di tornare alle proprie terre e circa cinquemila di essi vennero uccisi o feriti dalle truppe israeliane. Si veda Shalhoub-Kevorkian, Nadera. “Criminalizing Pain and the Political Work of Suffering: The Case of Palestinian ‘Infiltrators.’” Borderlands E-Journal 14, no. 1 (2015): p. 5.
Seckbach, Efrat. 2014. «Meir Har-Zion’s act of reprisal: Reality and memory». Journal of Israeli History 33 (1): pp. 65-66, https://doi.org/10.1080/13531042.2014.886834.
Ivi, p. 67.
Har-Zion, Meir, 1969. Chapters of a Diary (Pirké Yoman [פרקי יומן]"), ed. by Naomi Frenkel, Tel Aviv, p. 140, (Testo in ebraico).
Sharon, Ariel, e David Chanoff. 2001. Warrior: The Autobiography of Ariel Sharon. 2. ed. A Touchstone Book. Simon & Schuster, p. 111.
Sharett, Moshe, Yaʻaḳov Sharet, e Neil Caplan. 2019. My Struggle for Peace: The Diary of Moshe Sharett 1953-1956. Vol. 2. Indiana University Press, p. 186.
Morris, Benny. 1997. Israel’s Border Wars 1949 - 1956: Arab infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War. Rev. ed. Clarendon Press, p. 384.
Burns, Eedson. 1962. Between Arab and Israeli. George G. Harrap & Co., p. 44.
Morris, Benny. 1997. Israel’s Border Wars 1949 - 1956: Arab infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War. Rev. ed. Clarendon Press, p. 385.
“Sharett era una figura piuttosto patetica che prestava molta attenzione sia al proprio abbigliamento che al proprio modo di parlare. Era meticoloso nei minimi dettagli, preoccupato soprattutto della propria dignità, e un servile yes-man di Ben-Gurion, che ammirava e temeva profondamente. Sharett era più moderato di Ben-Gurion, più cauto e arrendevole, e spesso più giudizioso. Ma raramente difendeva le proprie opinioni; la sua moderazione, cautela, flessibilità e giudiziosità gli servivano soprattutto per vendere le politiche di Ben Gurion”. A mio avviso, un resoconto forse fin troppo duro nei confronti di Moshe Sharett, sebbene vero nella sostanza. Segev, Tom, e Arlen Neal Weinstein. 2018. 1949, the First Israelis. Free Press trade paperback edition. Free Press, p. 16.
Sharett, Moshe, Yaʻaḳov Sharet, e Neil Caplan. 2019. My Struggle for Peace: The Diary of Moshe Sharett 1953-1956. Vol. 2. Indiana University Press., p. 207, ma anche Shefer, Gavriʾel. 1996. Moshe Sharett: Biography of a Political Moderate. Clarendon. https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780198279945.001.0001, pp. 788-789.
Ivi, pp. 209-211.
Sharett, Moshe, Yaʻaḳov Sharet, e Neil Caplan. 2019. My Struggle for Peace: The Diary of Moshe Sharett 1953-1956. Vol. 2. Indiana University Press., pp. 328-329.
Morris, Benny. 1997. Israel’s Border Wars 1949 - 1956: Arab infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War. Rev. ed. Clarendon Press, pp. 238-239.
Seckbach, Efrat. 2014. «Meir Har-Zion’s act of reprisal: Reality and memory». Journal of Israeli History 33 (1): p. 66. https://doi.org/10.1080/13531042.2014.886834.
Sharon, Ariʾel, e David Chanoff. 2001. Warrior: The Autobiography of Ariel Sharon. 2. ed. A Touchstone Book. Simon & Schuster, p. 110.
Dayan, Moshe. 1976. Story of My Life. Weidenfeld and Nicolson, p. 425.
Condottiero ebreo durante la terza guerra romano-giudaica. Aaron, Paul Gaston. 2017. «The Idolatry of Force: How Israel Embraced Targeted Killing». Journal of Palestine Studies 46 (4 (184)): p. 77.
Morris, Benny. 1997. Israel’s Border Wars 1949 - 1956: Arab infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War. Rev. ed. Clarendon Press, pp. 385-386.
Sharett, Moshe, Yaʻaḳov Sharet, e Neil Caplan. 2019. My Struggle for Peace: The Diary of Moshe Sharett 1953-1956. Vol. 2. Indiana University Press., p. 219.
Ivi, p. 300.
Editorial, Haaretz. 2014. «Stop Right-Wing Indoctrination in IDF Officers’ Training». Opinion. Haaretz, giugno 5. https://www.haaretz.com/opinion/2014-06-05/ty-article/let-every-left-wing-mother-know/0000017f-e618-da9b-a1ff-ee7f40e70000.
Kra-Oz, Tal. 2014. «Celebrated Israeli Soldier Meir Har-Zion Dies at 80». Tablet Magazine, marzo 14. https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/celebrated-idf-soldier-meir-har-zion-dies-at-80.
Elon, Amos. 1971. The Israelis: Founders and Sons. Weidenfeld and Nicolson, p. 234.
«Who Are the Terrorists?» 1979. Journal of Palestine Studies 9 (1): 154–60. https://doi.org/10.2307/2536331.
Sul massacro di Qibya, si veda, per esempio, «The 1953 Qibya Raid Revisited: Excerpts from Moshe Sharett’s Diaries». 2002. Journal of Palestine Studies 31 (4): 77–98. https://doi.org/10.1525/jps.2002.31.4.77, Rokach, Livia. 1980. «Israeli State Terrorism: An Analysis of the Sharett Diaries». Journal of Palestine Studies 9 (3): 3–28. https://doi.org/10.2307/2536549, Morris, Benny. 1996. «The Israeli Press and the Qibya Operation, 1953». Journal of Palestine Studies 25 (4): 40–52. https://doi.org/10.2307/2538005 o Morris, Benny. 1997. Israel’s border wars 1949 - 1956: Arab infiltration, Israeli retaliation, and the countdown to the Suez War. Rev. ed. Clarendon Press, pp. 227-262.
«Human Rights in Israel». 1975. Journal of Palestine Studies 4 (3): 161–71. https://doi.org/10.2307/2535572.
Segev, Tom, e Arlen Neal Weinstein. 2018. 1949, the First Israelis. Free Press trade paperback edition. Free Press, pp. 312-313.
Amarat, Mahmoud S., e Mohammad Q. Nusairat. 2024. «The Issue of Cross-Border Infiltration to Petra by the Young Israelis during the 1950s as Reflected in Modern Hebrew Prose». Jordan Journal of Modern Languages & Literatures 16 (4): 4. https://doi.org/10.47012/jjmll.16.4.7, pp. 960-967.
Ivi, pp. 967-969, ma anche Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, p. 112.
Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, p. 112.
Amarat, Mahmoud S., e Mohammad Q. Nusairat. 2024. «The Issue of Cross-Border Infiltration to Petra by the Young Israelis during the 1950s as Reflected in Modern Hebrew Prose». Jordan Journal of Modern Languages & Literatures 16 (4): 4. https://doi.org/10.47012/jjmll.16.4.7, pp. 969-970.
Traduzione presa da Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, pp. 110-111. Per una versione maggiormente parafrasata, si veda The New York Times. 1971. «The Ballad Of Red Rock». Archives. gennaio 17. https://www.nytimes.com/1971/01/17/archives/the-ballad-of-red-rock.html.
Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, pp. 110-111.
Come, per esempio, la penisola del Sinai. Si veda Lavie, Smadar. 1988. «Sinai for the Coffee Table: Birds, Bedouins and Desert Wanderlust». MERIP Middle East Report, fasc. 150: 40–44. https://doi.org/10.2307/3011971.
Traduzione presa da «Dana International - נוסעת לפטרה (Nosa’At Le Petra) (English Translation)». s.d. Consultato 9 agosto 2025. https://lyricstranslate.com/en/nosaat-le-petra-going-petra.html.
Peters, Dominik. 2015. «Melody of a Myth: The Legacy of Haim Hefers Red Rock Song». transversal 13 (2): 103–15. https://doi.org/10.1515/tra-2015-0011, p. 113.










